Il Blog di Franco Arminio
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ALTO
FRAGILE Foglio
di scrittura
a cura di FRANCO ARMINIO
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I
paesi dell’Irpinia d’Oriente hanno una particolare, desolata
bellezza, ma nessuno li conosce davvero questi paesi.
Perché
per attraversarli nella loro fibre ultime bisogna lasciare la
macchina e camminare senza aspettarsi nulla di stupefacente.
A
dispetto degli inerti e dei rancorosi in paese c’è sempre
qualcosa da vedere, da sentire.
Chi
ha detto che qui la vita deve essere un luogo di fatiche infernali?
Chi ha detto non ci possiamo più stupire, che dobbiamo solo
lamentarsi o intristire?
L’Irpinia
c’è ancora, non è tutta scomparsa, ma bisogna viaggiare
viaggiare verso oriente. Non bisogna avere l’ansia di scavalcare
le montagne per inseguire le città maggiori.
Bisogna
restare sull’Altura.
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FRAGILE
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farminio@tiscalinet.it
ELIO SELLINO EDITORE
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| NUMERO
14 |

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| NUMERO
13 |

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NUMERO
12
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NUMERO
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10 |

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Silvio
Perrella |
Nota
d'avvio |
numero
14 |
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Sulla superficie di questa pagina-rivista compaiono
i testi di Franco Arminio e Livio Borriello. Dico compaiono, perché
ho la sensazione che questi scritti aspirino a stare sulla pagina come
pezzi di mondo. Pezzi di un mondo in pezzi, è facile aggiungere.
Come si percepisce il mondo dall'Irpinia? Per chi,
come me, viene dal folto napoletano, l'Irpinia è un luogo dove
sopravvive il vuoto. So che spesso di tratta di un vuoto doloroso,
dovuto, ad esempio, all'andar via di molti. Però adesso il vuoto
c'è, e può agevolare una percezione dello spazio dove il fiato non
sia continuamente respirato dai polmoni altrui.
Le prose di Arminio e di Borriello mi sembrano, sia
pure in modi un po' diversi, trafitte dal tempo; mi sembrano frecce
lanciate a raggiera in direzione diverse. Forse questa sensazione
nasce dal fatto che entrambi hanno del mondo una percezione
polverizzata. C'è tutto un vorticare di atomi, là fuori, e le loro
frecce li vanno a cercare.
A volte, quasi con noncuranza, un contatto avviene
e l¹interno di chi scrive s'incontra con l'esterno del mondo, o
viceversa, e i caratteri alfabetici si trasformano in polline
immaginativo, pronto a fecondare il vuoto irpino.
è così che sulla superficie di "Altofragile"
compaiono gli esercizi in prosa di Arminio e le righe brevi di
Borriello, e tempi, non-tempi, biologie, posture, spavalderie, furenti
malinconie e plurime irritazioni per la letteratura d'oggi, si fanno
avanti con precisa cocciutaggine. La precisione e la cocciutaggine di
chi pensa che ogni parola sia una questione di vita o di morte, o di
entrambe.
Credo si tratti di un buon modo di stare al mondo
scrivendo. |
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LIVIO
BORRIELLO |
ESULI
PENSIERI |
numero
14 |
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cercare
una parola biologica, che sia puro attrito dei neuroni col mondo
queste
parole sono semplicemente le mie posture nel mondo
la
poesia è una meccanica degli archetipi, che io non so o non voglio
far funzionare troppo bene
Pensare,
sentire, è avventurarsi fuori dall’io sporgersi dall’ animalità
è già una scissione, un’alienazione
Bisognerebbe
arrivare a pensare col corpo, configurare il corpo in modo da
esprimere pensieri (o le sue percezioni, i suoi secreti, come accade
in pittura, nella danza o nel sesso)
DISAMORI
Cosa
passa per la testa a una bambina di due anni che ne incontra una di
tre, e che in tutto l’incontro le riesce solo a dire:
"bella"
Appoggiati
al muro, sotto la pioggia, una ragazza cogli occhi scuri e i capelli
bagnati sulla fronte, e il ragazzo che la bacia.
Fa
benissimo.
La
signora cinquantenne, disperata perché era invecchiata, perché non
poteva più aggiungere la sua piccola bellezza al mondo.
la
tua dolcezza, la tua delicatezza, l’istantaneità struggente di
certi tuoi sguardi
La
sua pelle, che è in fondo una pelle umana e normale, mi sembra invece
non so che confine perlaceo e abbagliante fra il mondo noto e l’ignoto,
fra il conoscibile e l’inconoscibile, fra il nostro e l’altro
forse
tocco il mondo solo nei desideri - forse solo quando desidero vengo a
contatto della sua insostenibile e struggente stranezza
essere
ossessionati è essere molto umani, è essere sprofondati nell’umano
fino alla fissità
La
bellezza, il luogo dove tutto è violento e incandescente, luogo
d'affioramento, di polluzione dell’ ignoto
l’innamoramento
come esperienza dei limiti. l’amore come movimento emotivo compreso
nella sfera biologica o umana. l’innamoramento come percezione dei
limiti, come rilevazione e cognizione delle sue pareti
perché
quel che è sufficientemente il tuo corpo è troppo?
perchè nel suo essere esatto eccede da sé?
il
corpo, anche se penetrato, resta inviolabile possedendo le luci (di
una fotografia) possedendo i tempi e gli spazi (nell’innamoramento)
o l’io sociale (la personalità giuridica nel matrimonio), o
possedendo la presenza linguistica, il configurarsi nel mondo,
attraverso la comprensione, o l’introiezione psicologica o
letteraria, noi tentiamo di accedervi, di svelarlo, di illuminarcene,
di emigrarvi, di risalirlo, ma non ci riusciamo mai veramente, se non
forse per istantanee e irreali visioni
Io
provo per p. un amore depurato di ogni componente affettiva. è
puramente sentirsi in bilico sull’altro.
Il
farmacista segue con sconcerto il decorso dei miei amori. Comincio
comprando preservativi, finisco con gli ansiolitici.
Nella
mente bisognerebbe inventare dei passaggi a livello, per evitare, per
esempio, che un desiderio vada sotto a una paura.
Dopo
la piccola vittoria di non essere passato davanti a casa sua, pago con
la pesante sconfitta di prendermi il cappuccino nel bar dove andavo
con lei.
la
sensazione di sbandamento la sensazione che
non
esisto che non sono riconosciuto, non sono sentito se gli altri non
provano un sentimento (nell’amore) o una cognizione (nella fama) di
me invece, il rifluire della psiche, quando sono rintracciato dall’amore
di s.
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FRANCO
ARMINIO |
Condizioni
di luce nel mondo interno |
numero
14 |
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C’è
la luce dei giorni e c’è la luce della notte. Fuori la luce ha un
certo modo di essere presente o di essere assente. Nel nostro mondo
interno c’è sempre una certa luminosità. Senza questa luminosità
interiore non sarebbe possibile girare e vedere il film dei nostri
sogni, "il cinema naturale della mente". Fuori le fonti
della luce sono chiare. Dentro non sappiamo da dove venga la luce e
come si forma, non conosciamo la sua velocità. Possiamo ipotizzare
che la nostra sia una luce lenta. Perché deve muoversi nell’opacità
degli organi. Il cervello è forse il più trasparente degli organi;
un pezzo di cervello (gli occhi) sporge addirittura fuori, è il
nostro litorale, il punto di tangenza tra le nostre schiume e la
sabbia del mondo.
Vivo
in un luogo ventoso e mi sembra che qui l’aria entri dalle orecchie
più che altrove. E con l’aria entra anche luce. Forse vivere in un
posto ventoso condiziona lo stato di luminosità interiore? Questo
stato non ha regole, non ha albe e tramonti ad ore fisse, ha
crepuscoli e aurore del tutto personali. Un mio amico dice di esser
morto da molto tempo. Pare che in lui se ne sia andata la luce. Aver
perso i suoi genitori gli ha svitato la lampadina ed ora lui vive al
buio, una condizione molto simile a quella che presumiamo sia la
condizione della morte.
La
luce può andarsene e può venire. Forse l’innamoramento è una
particolare condizione di lucore, una condizione così particolare che
ci fa vedere l’altro che non c’è, che non ci sarà mai. Senza
questa luce interiore non sarebbero possibili le allucinazioni, non
sarebbe possibile la scrittura poetica. Cos’è l’ispirazione se
non un inspirare dagli occhi una certa quantità di luce e poi
lasciarla fluttuare dentro di noi, magari fino a vedere la morte e l’infinito
che abbiamo sullo sfondo, come dice un altro mio amico? Per scrivere
non serve l’intelligenza del pensiero ma quella degli occhi. Pensare
per immagini dà vita alla farmacopea della parola. A volte le
immagini svaniscono. La luce se ne va, non vediamo più niente. Ma poi
la luce torna, e torniamo a vagabondare dietro una chimera.
Forse
il povero cristo che morì sulla croce era uno che aveva una
particolarissima luce interiore. Tanto particolare da fargli vedere
insieme le cose che noi vediamo staccate. Forse queste scissure di cui
sembra fatto il mondo sono dovute ad un attenuarsi spaventoso della
luce interna. Come se nella maggioranza degli uomini si fosse
instaurato un crepuscolo perenne, come se il corpo degli umani fosse
la casa del distacco e delle ombre. La vita si è separata dalla
morte, il mondo dal resto del cosmo, gli uomini dalle bestie, il corpo
dall’io: tutto è diviso, tutto è un addio.
Nessuno
sa come si faccia a mettere la luce dentro le persone. La società
dello spettacolo, il mondo della tecnica e del denaro lavorano al
buio, alla cieca. Il più sofisticato macchinario funziona senza luce,
il macchinario funziona perché è morto. Pare che gli uomini vogliano
trasformarsi in macchine per vincere la paura di morire, per mettere
fine al panico di essere vivi. E così la nostra vita rischia di farsi
simile ai macchinari che abbiamo inventato: non è un caso che cresca
a dismisura il numero degli illuminati dal "sole nero".
Forse
la poesia è una forma di riparazione, un modo per ricreare la
chiarezza che continuamente in noi si disperde. La lingua è luce,
fiamma inversamente pentecostale. E il suo tragitto non può che
essere verticale, dalle costole al cielo. La parola diventa
incandescenza che usa il nostro corpo per far luce e non sappiamo dove
ci conduce.
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GIANNI
CELATI |
Consigli per leggere le poesie |
NUMERO 13 |
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Certo,
se uno vede un libro di poesie con l’introduzione di Eugenio Montale,
sarà più portato ad aprirlo e guardarlo. L’autorità del nome famoso
impone il peso della lettura. Ma è questa la trappola, l’imposizione
sociale delle parole e dei nomi. Per chi scrive, il problema è
soprattutto quello di avere fiducia nelle parole senza sperare in appoggi
esterni. Aver fiducia nelle parole senza autorità. In fondo, non c’è
contentezza nello scrivere senza quella fiducia un po’ folle che le
parole arrivino comunque a qualcuno (chissà dove, chissà quando). La
poesia è l’arte delle parole che trovano una strada solo per effetto
dei loro ritmi e della loro grazia.
In
realtà le poesie si leggono molto meglio se nessuno ce le impone. Così
succede anche con le canzoni che ci sorprendono con un ritmo, una melodia.
In questo caso, qualcuno torna a casa e cerca di riprodurre quella melodia
con la chitarra, col pianoforte o con la voce. È così che ci si avvicina
alla musica, ma è anche così che ci si avvicina alla poesia. Perché
prima dell’autore, viene la musica, e prima del nome del poeta viene la
poesia. Non si può amare una musica per obbligo. Non ci si può
avvicinare a una poesia per dovere. Chi non ama la poesia è meglio che
non la legga.
Come
la musica, anche la poesia è già un alfabeto, che non dipende da questo
o quell’autore. Un autore ci può piacere più d’un altro, ma alla
fine c’è sempre una pratica comune a cui si fa riferimento, come nella
musica. Questa pratica è l’apprendimento a sentire i ritmi e la musica
delle parole come un tramite tra noi e gli altri. Quel che conta è
l’abitudine di leggere poesie, antiche o moderne, celebri o sconosciuti.
Quello che conta è riuscire ad avvicinarsi alla tradizione della poesia.
Chi si avvicina alla musica, deve imparare l’uso di uno strumento,
imparare a riconoscere le note, le chiavi, le tonalità. Lo stesso per la
poesia.
Da
dove si comincia? Semplicemente dal leggere ad alta voce, per vedere in
che modo le parole fanno effetto, non solo su di noi, ma anche sugli
altri. Come quando suoniamo una musica, gli altri diventano una cassa di
risonanza di quello che suoniamo. Così nella lettura ad alta voce gli
altri diventano una cassa di risonanza delle parole che leggiamo. In
questo caso i discorsi critici non servono a niente,
anzi diventano spesso un ingombro.
C’è
una differenza tra la poesia moderna e la poesia tradizionale, la quale è
basata su metri canonici, e su una lingua diversa da quella quotidiana (ad
esempio in Dante, Petrarca). Invece la poesia moderna cerca di adottare i
ritmi quotidiani della lingua, e il canone metrico viene continuamente
reinventato con alfabeti diversi. Ma in ogni caso, per sentire questi
ritmi, occorre avere nell’orecchio le tendenze metriche della lingua
(gli endecasillabi, i settenari o i vari usi delle rime, delle
ripetizioni). Come nella musica, se uno non ha nell’orecchio il sistema
armonico tradizionale, non può apprezzare le variazioni della musica
moderna.
Quando
uno comincia a entrare in sintonia con gli alfabeti poetici, leggere
poesie diventa un’abitudine e un’emozione. Si potrebbe avviare questa
abitudine con esercizi molto semplici. Ad esempio proponendo un certo
numero di poesie antiche e moderne, da leggere insieme ad altri. Non per
dovere, ma per esercitare l’orecchio. Poi per trovare il proprio modo di
lettura, l’intonazione della propria voce: sentire come si adatta a
ritmi e toni di poesie molto diverse. E infine per ascoltare le parole che
ci arrivano senza nessuna garanzia d’autorità, senza nessuno di quei
“messaggi” che spiegano il mondo ma non hanno sapore.
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Angelo
Maria Ripellino |
Lo splendido violino
verde |
NUMERO
13 |
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Questa
poesia va detta come una cantilena, buttando via le parole con tono un
po’ grave, un po’ sarcastico e svagato. è un esercizio sulla
tonalità della voce, senza però troppo calcare su questi effetti.
Bisogna piuttosto far sentire la facilità del ritmo da canzonetta,
attraverso l’irregolarità dei
versi.
Ciò
che conta è sempre bello e brutto.
Il
resto sono ceri da educanda.
Guerriglia,
pandemonio, orrori, lutto
e
una verbosa ideologia per frangia.
A
che scopo riempire di uncini le pagine?
le
tue cantilene a buon mercato,
i
tuoi nervi, la tua disperaggine,
i
tuoi crucci di orcio sbrecciato
non
fanno storia.
Ci
vuole ben altro. Branchi di chiacchiere,
convòlvoli
di astuzie, astrusi calcoli,
bordelli
di tamburi e nacchere,
e
molta robaccia da rotocalco. |
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Alfonso
Gatto |
Canzonetta |
NUMERO 13 |
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Questa
poesia andrebbe letta meccanicamente, come fanno i bambini a scuola,
senza nessuna modulazione. Gli intermezzi (“oh che bella…”)
vanno detti con un bell’umore. Ritmo veloce. Dopo ogni strofe potrebbe
esserci una frase di saxofono o di fisarmonica.
Le
ragazze moderne
non
sono eterne.
Oh,
che bella novità,
ma
danno fresco alla città.
L’una
nell’altra
l’altra
nell’una
che
si fa scaltra
non
ha fortuna.
Oh,
che bella sciocchezza,
ma
insieme fanno la giovinezza.
Il
rosso le veste di blu
l’azzurro
le veste di rosa,
un
poeta non sa più
quale
scegliere per sposa.
Sceglierà
la più bella?
Nessuna
è tutta brutta
nessuna
è tutta bella.
Sceglierà
la più caduca,
sceglierà
la passeggera
della
fresca primavera
col
nastrino sulla nuca. |
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Giorgio
Caproni |
Il carro di
vetro |
NUMERO 13 |
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Va
letta in sotto-tono, senza enfasi retoriche. Bisogna marcare la fine
d’ogni verso con una pausa e la fine d’ogni strofa con una pausa più
prolungata. Marcare le virgole e abbassare la voce per le parole tra
parentesi. Tono quotidiano, ritmo andante. La poesia può esser letta da
una voce e poi ripetuta da un’altra voce per sentire le diverse
intonazioni date ai versi. Nel verso finale bisogna calcare la voce su
“suo”, per far sentire la cesura.
Il
sole della mattina,
in
me, che acuta spina.
Al
carro tutto di vetro
perché
anch’io andavo dietro.
Portavano
via Annina
(nel
sole) quella mattina.
Erano
quattro cavalli
(neri)
senza sonagli.
Annina
con me a Palermo
di
notte era morta, e d’inverno.
Fuori
c’era il temporale.
Poi
cominciò ad albeggiare.
Dalla
caserma vicina
all’ora,
anche quella mattina,
perché
si mise a suonare
la
sveglia militare?
Era
la prima mattina
del
suo non potersi destare. |
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FRANCO
ARMINIO |
Nota d’avvio |
NUMERO 12 |
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Io
in questo momento non credo alla letteratura: i libri che si fanno
pensando di fare letteratura sono quasi sempre insopportabili. Nel mondo
che abbiamo sotto i piedi ci restano solo le parole.
I
libri, nella forma che abbiamo conosciuto, appartengono ad altre ere. Un
po’ come gli amori. Dal mio punto di vista trovo sempre meno
convincente l’idea che l’amore, un sentimento per sua natura
vagante, sia organizzato esclusivamente dal sentire e nel sentire
attrazione verso una cosa piuttosto che un’altra.
Questo
sentire, poi, è tutt’altro che naturale. La relazione, fugace o
duratura, trasgressiva o sancita dal contratto matrimoniale, è sempre
una costruzione e come tale un equivoco che il soggetto pone in essere
tra se stesso e gli altri. Non si comprende come gli umani, nella loro
stragrande maggioranza, si ostinino a legare questa faccenda al sesso.
Il
sesso non è l’applicazione fisica di un desiderio dell’anima, ma è
un modo di lanciare segnali di avvistamento. Nel mondo scoppiato ognuno
sta su una zolla, come un naufrago del Titanic in attesa di essere
gelato dalla morte.
Il
sesso non è una lunga schermaglia per procurarsi otto secondi di
orgasmo: una sensazione simile a quella che si prova correndo per un
po’ a perdifiato. Il sesso è la più terribile, la più carnale delle
ricerche metafisiche.
Ognuno,
ovviamente, e mestamente, può continuare a pensare al fato di voler
stare con questa o quell’altra persona per costruire qualcosa. Non so
se le coppie o gli amanti che s’ispirano a questa visione della vita
amorosa si procurino qualche via d’uscita avvinghiandosi nelle loro
alcove. A me sembra che stiamo andando indietro rispetto ai tentativi
degli anni sessanta e settanta, dove si cominciava a riflettere sul
potenziale politico e filosofico del desiderio.
Quella
spinta doveva essere ulteriormente raffinata, rarefatta da una mistica
di se stessi e degli altri; e invece siamo ricaduti, nel migliore dei
casi, in una turpitudine generalizzata e nel ritorno a forme povere, in
cui si sta con qualcuno solo perché così fanno anche gli altri. La
verità è che in un certo senso noi non ci siamo e lo dimostra il fatto
che nell’acme amoroso gridiamo: vengo, vengo, come se prima eravamo
altrove.
Ed
è proprio su questo altrove che dobbiamo mettere le mani:
incontrarsi veramente è sempre un movimento centripeto e allo stesso
tempo centrifugo, si sta con qualcuno per avvicinarsi indefinitamente ad
esso, sapendo che non potremo mai raggiungerlo, ma si sta con qualcuno
allontanandoci indefinitamente da esso, sapendo che non potremo mai
lasciarlo.
Nei
testi qui presentati credo che ci siano infiltrazioni del ragionamento
fin qui svolto. La letteratura è tutto un baraccone che può benissimo
saltare in aria, nessuno comunque toglierà di bocca le parole a chi ha
deciso di credere in esse e dunque nel divino. Questa incandescenza che
ci dà la parola ognuno deve offrirla agli altri senza preoccuparsi che
gli altri ci gettino sopra acqua gelata perché temono che la nostra
oscuri la loro incandescenza.
C’è
sempre un problema di conflitto. E la vita è quell’indecifrabile,
irrimediabile scintilla che vaga, scissa e perduta, lontana da un fuoco
generato dall’ignoto per finire nell’ignoto.
Gli uomini e le donne che m’interessano sono quelli che si dispongono
sulla zona di confine tra il finito e l’infinito, tra il visibile e
l’invisibile. I panettieri che impastano ogni giorno il sogno e la
ragione e ne osservano stupiti le mille forme che possono venirne fuori:
l’amore e la letteratura ed altro possono essere il pane da mordere
per sfamarsi o l’ostia da sciogliere sulla lingua per pregare.
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Antonio
La Penna
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Quattro riflessioni sull’eros. |
NUMERO 12 |
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L’amico
bisaccese Franco Arminio mi ha chiesto alcune riflessioni sull’amore
proprio mentre sto correggendo le bozze di un mio libro intitolato Eros
dai cento volti; il libro si riferisce all’eros quale si presenta nei
poeti latini del tempo degli imperatori Flavi: Marziale, Stazio,
Valerio, Flacco; ma, in misura diversa, la grande varietà delle
manifestazioni dell’eros vale per tutte le culture non primitive. Che
hanno di comune fra loro, quelle così diverse forme di eros? Che cosa
giustifica la collocazione sotto lo stesso titolo dell’amore per
Beatrice o per Laura o per la donna ignota di Leopardi e le raffinatezze
di piaceri erotici perversi? Di comune c’è solo l’attrazione che un
uomo o una donna esercita su un altro uomo o un’altra donna,
attrazione che presuppone due corpi umani.
Agli
estremi le manifestazioni dell’eros non sono diverse, ma anche
incompatibili fra loro: non credo che l’amore come contemplazione
esaltante della bellezza resiste alla fisiologia del sesso, che può
produrre altre forme di delirio, ma dissolve, o non conosce, la
contemplazione della bellezza che è imparentata col sogno, sia o no la
bellezza terrena sentita come forma o simbolo di una bellezza divina. E
non credo che l’irruzione, in forme, del resto, molto varie, del sesso
nella cultura di oggi abbia distrutto o possa distruggere, l’eros
sublimato: sotto molti cieli esso continua ad esaltare non solo
adolescenti, ma anche vecchi passati attraverso esperienze d’amore
molto diverse: non era più giovane Ulisse che, dopo aver amato
Penelope, dopo aver domato Circe, s’incantava a contemplare
l’adolescente Nausicaa.
L’eros,
specialmente, ma non solo, attraverso il sesso, mette in contatto
l’individuo con forze universali della natura vivente: le forze che
svegliano il desiderio erotico, che, blandamente o violentemente,
spingono all’unione sessuale e alla generazione: dunque l’amore si
configura come un’esperienza panica, che sembra riimmergere
l’individuo nel grembo fecondo della natura e oscurarne la coscienza
in una dolce ebbrezza. Ma come si collocano in questa esperienza panica
i rapporti fra due individui, fra due persone? È comune, e non certo
arbitraria, l’immagine dell’unione degli amanti come annullamento
dell’uno nell’altro, come superamento della differenza. In realtà
l’annullamento è un’illusione inestinguibile, ma irrealizzabile: le
persone restano due; e non è neppure certo che grazie all’eros si
conoscano meglio: per conoscersi serve più l’amicizia che l’eros.
Anche far l’amore come esperienza panica e l’amore come rapporto
privilegiato con un’altra persona, talvolta sentito come unica, come
insostituibile, come valore assoluto, apre una contraddizione
insolubile; e v’è contraddizione insolubile anche fra l’amore come
bisogno di possesso e l’amore come bisogno di dedizione: io sono tuo,
e tu sei mia. Sono contraddizioni che si risolvono vivendole; o, più
esattamente, la vita è fatta di contraddizioni insolubili.
A
queste riflessioni sono stato portato dalla vita; ma uno stimolo acuto
ho trovato nella lettura di Lucrezio: il suo poema si apre con l’inno
a Venere, alla forza, dolce e travolgente, che genera e domina la vita;
ma, quando, nel IV libro, egli passa all’eros degli amanti, Venere è
amore, anzi angoscia: è una malattia che sconvolge, una fame
insaziabile che porta lontano dalla felicità, fatta di serenità e di
quiete.
L’irruzione
della libertà sessuale nell’ultimo mezzo secolo ha portato ad un
certo abbrutimento dell’eros: gli istinti sani, ma non raramente anche
perversi, prevalgono sui sentimenti e spazzano via i sogni. La
letteratura e ancora più il cinema spingono in questa direzione.
L’emarginazione dei sentimenti nell’eros significa un impoverimento.
Insieme, però, si è molto rafforzata la convinzione che i rapporti
erotici, più o meno stabili, debbono fondarsi sulla libertà e la
reciprocità di sentimenti e di istinti; lo si proclamava anche prima,
ma inibizioni di carattere religioso e morale finivano col prevalere; i
matrimoni stretti senza amore o mantenuti anche dopo che l’amore era
finito da tempo, rientravano nella morale corrente, anche se la
borghesia aveva ridotto in misura notevole le costrizioni.
Se
il vincolo coniugale si stringe per amore e si mantiene per amore, il
suo carattere istituzionale diventa superfluo: che bisogno c’è di
sanzionare col matrimonio un sentimento reciproco reale e vivo? Poiché
il matrimonio presuppone l’amore e non lo crea, il vincolo
istituzionale serve solo a costringere sotto lo stesso tetto i coniugi,
anche quando l’amore è finito, a sostituirlo con un dovere senza
fondamento: serve solo a limitare, spesso in modo inefficace, la libertà:
è giusto, dunque, che questa istituzione contro natura venga eliminata.
Ciò non vuol dire che il vincolo di due amanti per tutta la vita non
sia un valore legittimo e anche esaltante; ma esso va raggiunto e
mantenuto in piena libertà e fondato solo sul sentimento reciproco;
d’altra parte va riconosciuto che anche una vita ricca di varie
esperienze erotiche ha un valore attraente e legittimo
Un
genere letterario che non rimpiangiamo, è quello delle arti d’amore.
Il Kamasutra è conosciuto di nome, ma ha pochissimi lettori; nel secolo
d’oro della letteratura francese fu elaborata una pedantesca carte du
tendre che segnava minutamente tutte le tappe dell’amore e che oggi
nessuno legge; nel pubblico colto non trova ancora lettori l’Ars
amatoria di Ovidio, poema scintillante e divertente; tuttavia non è
affatto escluso che dai romanzi moderni si possa ricavare un’arte
della seduzione.
Leggendo
l’Ars di Ovidio, ho pensato che l’eros vi subisce un processo
vagamente affine alla dialettica dell’illuminismo teorizzata dalla
scuola di Francoforte; il dominio sulla natura da parte dell’uomo si
svolge attraverso una razionalizzazione della vita che fa perdere tutto
il piacere del contatto con la natura e della vita stessa: la
razionalizzazione illuministica (e weberiana) vanifica il proprio scopo.
L’Ars amatoria di Ovidio è un esercizio di ingenium in cui si
vanifica l’eros sia come sentimento e come pathos sia come sana
sessualità (così vitale, per es. nel Decameròn).
L’eros
come sentimento e come istinto è, se non erro, la forza vitale che
meglio resiste alla razionalizzazione weberiana della vita, dilagante
nel nostro secolo. Resisterà a lungo? Mi auguro vivamente di sì. |
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FRANCO
ARMINIO
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Lettera alle donne |
NUMERO 12 |
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Sia
chiaro, galleggeremo nel nulla.
Ora
siamo qui, la vita mostra di reggerci, ma è un filo sottilissimo e non
sente se c’è sopra un elefante o una formica.
Intanto
salutiamoci, vengo a darvi un bacio. Bacerei volentieri il vostro
cuscino prima che andate a dormire.
La
vita ci rende guardinghi, ingenerosi. Invece bisogna dire dopo un giorno
di confidenze: eccomi di nuovo qua. La vita ci fa vacillare, e ci chiama
a rimbalzare da un attimo all’altro senza riparo.
Ieri
sera dopo una gioia mi sentivo il petto senza cuore. Se n’era andato.
La morte vuole il nostro cuore.
Ma
se c’è una precisione e una lealtà nel sentirsi soli, allora viene
un’audacia invincibile e potremo guardarci senza l’ansia di
piacerci, di predare ed essere predati. Altrimenti la vita rifluisce nel
suo buco convenzionale, buco che non si chiude mai.
Vi
chiedo un po’ di attenzione. Per arrivare alla vaga esattezza dei
nuovi sentimenti bisogna essere perfettamente assenti. Le muffe di cui
ci copriamo, l’umidità dei discorsi e dei commenti. Abbiate cura
della loro assenza.
Un
bacio che stia tra una fucilata e un grido. E uno sguardo infinitamente
patetico. Sono cose possibili.
Ovviamente
non intendo che dobbiate lasciare subito intrecci e ormeggi del passato.
L’abbraccio è il nostro segno della croce, a un soffio dalla
solitudine mortale in cui operiamo. Chi non sente tutto questo ci
distrae, ci può essere anche utile a volte, ma non è per noi.
Preziosa
e rara è colei che ci fa rischiare una morte fisica definitiva. Come la
guerra, come la poesia.
Io
per voi faccio dei sogni in cui gli uomini e le donne si
raffigurano esattamente come vorrebbero essere e lavorano per uscire da
questi traffici senza senso.
La
spaventosa, l’irrimediabile scomparsa sarà vinta da questa nostra
assenza, da questi occhi allungati fino al midollo per cercare il pane
più chiaro dell’essere.
Certo,
devo spiegarmi meglio. Indicare che questo lavoro è un andare via dal
mondo e dall’umano. Oltre il corpo, oltre il cuore. Quando stiamo
insieme bisogna allora agire diversamente, dovremmo lasciare penetrare
in noi una certa insensibilità verso il mondo.
Non
stiamo insieme per divertirci, o per sedurci.
Bisogna
che si sprigioni da noi una sorta di stupore leggero, qualcosa che ci
faccia sentire lontanissimi e casti, ma insieme nel camerino
dell’universo, pronti a fare il nostro numero, insieme, insieme
veramente. Quasi tutte finora mi hanno rifiutato questa cortesia: fare
lo sforzo di seguirmi, di essere seguite. Certe volte penso che non
posso aspettarmi di più da me stesso e da voi.
La
vita non sarà mai un susseguirsi di meraviglie. Ma almeno deve
eccitarci e dobbiamo sprigionare un calore.
C’è
bisogno di dirlo? Non è il perpetuo oscillare da una all’altra che mi
avvince. Non è il tradire, il trasgredire che mi fa sentire
sparso e smarrito nella selva dei gesti abituali a cui tutti ci
pieghiamo. Non si è amanti senza che una grande sventura e una squisita
cortesia siano con noi.
Dio
verrà a trovarci nel momento in cui prendiamo a calci questi cani,
questi pagliacci che hanno sempre il muso per terra.
In
un certo senso noi dobbiamo buttare all’aria la nostra vita. Come
coriandoli.
Dobbiamo
stare attenti. Ancora qualche indugio e non riusciremo più a strapparci
da noi stessi. Io mi sento ancora indomito, sperduto, ma so che è
facile smarrirsi nella propria immagine. Come si è smarrito adesso
questo pensiero.
Io
penso a una coraggiosa esposizione di noi stessi. E questo non si può
insegnare.
Io
volevo solo riscaldarvi perché questa gelida stagione, queste piccole
mattonelle in cui ci muoviamo diventino una vasta costellazione. |
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Paolo
Ruffilli |
Insoddisfazione |
NUMERO 12 |
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Mi
ami al punto
di
ingoiarmi,
di
farmi prigioniero
in
uno stato
da
me presunto
beato
per intero,
di
masticarmi e,
intatta
dominante
di
natura,
di
risputarmi fuori
munto
e triturato
appena
galleggiante
sulla
parte di te
che
subito si sente
abbandonata
per
niente soddisfatta
nell’essere
da me
come
reclami
senza
misura amata. |
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FRANCO
ARMINIO |
Nota d’avvio |
NUMERO 11 |
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Ultimamente
faccio fatica a leggere romanzi e racconti. Mi piacciono le scritture
brevi, frammentarie, scomposte.
A
me pare che ogni volta, se c’è contentezza, è una questione che si
esaurisce in due o tre respiri, il tempo di far girare poche righe,
l’attimo in cui ci buttiamo con la testa contro il muro: il sangue che
schizza fuori è letteratura.
Ma
non pensate ad eroici esercizi di sventura.
No,
è solo qualcosa che fuoriesce; la letteratura come qualcosa che non sta
più al suo posto, né fregio, né sfregio del mondo. |
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FRANCO
ARMINIO |
Nota
d’avvio |
NUMERO 10 |
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Quattrocento
uomini guadagnano quanto mezza umanità, ma il poeta ha la smania di
sfamare la sua vanità.
Scrivere
è una mania, come può essere quella di alcuni che mangiano solo cozze
crude o mordono i seni delle prostitute, ma è anche un esercizio
religioso, che fa del poeta un fantasma, una sostanza mobile, volatile,
una creatura che non si lega a niente, a nessuna gioia, a nessun
problema. |
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UNA
PUBBLICAZIONE DI ELIO SELLINO EDITORE.
REDAZIONE:
FRANCO ARMINIO, BISACCIA (AV).
PROGETTO
GRAFICO: GERARDO PROCACCINO. BISACCIA (AV).
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