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| da "il pane e l'argilla" di Emilia Bersabea Cirillo |
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All'interno dell'interno, dopo Conza, dopo la diga, dopo una strada in salita di faggi e querce, dopo case in pietra lasciate vuote in un panorama di
silenzio, dopo un volo di uccelli e un altro ancora, si giunge ad Andretta. Quello che senti è un'aria di legna e di neve, l'aria ordinata e disperata di un'Irpinia irraggiungibile. Un viaggio in Irpinia dovrebbe cominciare da qui, da queste strade mute, da questo paese spopolato, da questi bar desolati, da questo mercato di dieci bancarelle. E' qui il cuore, il pugno d'argilla. Tutto è in potenza. Tutto è già perduto. Il confine è sottile, come un filo di seta. Dove comincia e dove muore un sogno. Cosa tiene unito un paese? Cosa tiene la gente in questo paese? Cosa tiene la gente in Irpinia? Sembra che Carlo Levi lo abbia appena visitato. Per le facce dritte e ossute, per le mani artritiche dell'uomo che percorre il corso appoggiandosi ad un bastone, per le donne che avvolgono il capo in scialli di lana scura, acconciati in una foggia arcaica. Sembra che Carlo Levi non sia mai arrivato ad Andretta: due ragazzini corrono per la discesa e chiedono permesso, nikevestiti. I giovani, seduti sulle scale di una casa, organizzano fughe serali. Andretta è un paese struggente. Dove ritornare è pensare, riflettere, riprendere la forma dei passi. Dove le cose hanno ancora un verso, hanno ancora la selvatichezza di un nome. Andretta è un paese ai confini. Così ai confini che solo un prete sudamericano, avvezzo ad altri esplosivi confini, può venire a parlare di Cristo. Era nella chiesa, vestito come un prete anni '50, e costruiva il presepe, con un gruppo di giovani.
Del paese conservo l'idea di un plastico, dove le forme umane sono una possibilità apparente.
Sono rimaste le strade che portano iscrizioni di nomi famosi, sono rimaste le case, un panorama uniforme di tetti di coppi e un lungo percorso che dalla piazza centrale porta alla chiesa madre.
Sono rimaste le strade strette e le botteghe buie, dove puoi sedere e parlare del tempo. O sedere e tacere. E far passare il tempo.Sono nuovi i si vende,che conto a decine, sui portoni di casa.Giunti alla chiesa si apre la vista. E' là, verso il Formicoso, che burocrati e politici hanno scelto di insediare una gigantesca discarica. E' là che gli uomini e le donne di Andretta e Bisaccia tentano una disperata resistenza.
Una terra di argilla. Una terra di addio. "Estranea come una matrigna", scriveva un poeta avvocato della sua terra di Alta
Irpinia.
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A Caposele si arriva per una strada interna e romantica, quella del bosco della difesa, rincorrendo le curve della strada, fermandosi tra cespugli di more e alberi di castagni. Il fascino del viaggio verso Caposele è tutto nelle curve del bosco, che si attraversa come la vita, luci e ombre si susseguono, slarghi silenziosi si incrociano coi nostri passi. Il tempo di abituarci a questo andirivieni, che la valle si apre davanti. Il bosco è alle spalle. Cerchiamo presto di arrivare alla luce della pianura dove un paese mite e solitario si raccoglie intorno al fiume. Ormai lo conosco a memoria. La chiesa della Sanità e il campanile col tetto a scaglie gialle e verdi immerso nel verde del Plaflagone, il giardino dell'acquedotto Pugliese, via Roma, il giardino della casa di Nicola, il caffè Roma e il bar di Fuschetto, la sede della Proloco, il Municipio, le case ricostruite in cemento armato, lo spiazzo dove si balla d'estate, i gradoni che portano a palazzo Cozzarelli , e ancora via Roma, la casa di Alfonso, il cantiere della chiesa di San Lorenzo, l'oleificio Mattia da un lato, la strada in discesa verso la scuola elementare dall'altro.Un tempo Caposele era un paese d'acqua. Il fiume circondava le case. Se ne udiva il rumore. Qualcuno mi ha raccontato di tuffi nel fiume. Spuma d'acqua gelata e grida. Non c'era altro, d'estate. I Caposelesi il mare lo hanno immaginato. Avevano il fiume. Era quella la loro acqua. Tutto succedeva nel fiume. Era la loro vita.Venivano dai paesi vicini a vedere lo spettacolo dell'acqua che usciva dalla montagna. E' stata una leggenda, il Sele. Così impetuoso. Così calmo.Ora Caposele vive un'altra realtà. Il fiume no a tempo a nascere, che viene incanalato, sottoterra; paese lentamente sta traslocando in una zona aperta, ariosa, vicina a Materdomini: i Piani. Resta l'estate per vivere. A Ferragosto la vita sembra un lento rassicurante movimento. Le altre stagioni sono sonnolenti, fredde. Il p diventa come vuole il tempo metereologico, non a do fatto a tempo a costruirsi un progetto a protezione.
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Abbiamo camminato come in un santuario, con la stessa curiosità e rispetto dei luoghi sacri. Le nostre voci erano basse, le nostre parole essenziali. Sotto di noi erano tremila anni di storia. Fondamenta di mattoni e opus reticulatum. Pesanti. Fragili. Che non hanno saputo reggere al peso della storia. Al disastro. La storia è per Conza una spugna intrisa d'acqua che qualcuno passa veloce su cumuli di sabbia. Un impasto casuale modellato dal vento e dalla pioggia diventerà la sua forma. Sarà mutevole, diversa, anno dopo anno, visita dopo visita. La storia sono le pietre di 3000 anni fa, le mura, le case su cui ignare sono sorte altre case, altre piazze, sulle quali ha continuato a nascere e vivere e morire la gente di Conza. La storia è il terremoto del 23 novembre, che ha deviato i destini, che ha riunito nello stesso futuro le due città parallele. Non di città, non di vita. Ma di reliquario della memoria urbana. Conza è già uno scavo archeologico. Dove era la sua piazza è venuto alla luce un foro romano, recintato. Tracce di colonne. Tracce sotterranee, cunicoli, inimmaginabili vie di fuga. La città del passato ha spodestato la città del presente. Conza è stata abbandonata. E' già Conza vecchia, per distinguerla da quella
nuova, nata giù al piano. Case tutte bianche, agglomerate. Un villaggio per vacanze con giardinetto. Un paese senza panorama, senza sagoma. Una vita che stenta ad orientarsi. Una memoria che non trova conforto. Conza vecchia non è né una nuova Pompei, né la Gibellina incartata. Sta solitaria tra il belvedere ed il campetto di pallone, tra margherite e sterpaglia. Dall'alto Conza vecchia guarda alla diga. Al viadotto. E attende.
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Da qualunque parte volgiamo lo sguardo, arrivati a Guardia, è l'Irpinia, di tutta l'Irpinia che si tratta. Da una prospettiva di 360° vediamo il Formicoso e Andretta e Morra, Sant'Angelo, Rocca, Frigento, Gesualdo, Bisaccia . Sei file di montagne cadenzano la distanza. Ma quale. Da cosa siamo lontani? i paesi ruotano nel palmo della nostra mano. Sarà per la giornata, per la particolare lucentezza del cielo che l'Irpinia, da Guardia ,mi sembra splendida e austera. Una terra di confine, una terra estrema. Una terra che si tenta di espugnare e che resiste ancora. Ferma, ispida, ma anche disarmante, dolcissima. Una terra, lo sento da questa sentinella nel cielo, alla quale appartengo più di quello che cerco.
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La
Mefite a Rocca San Felice |
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C'è
odore di morte possibile. "Cca là si more" lo urla
un contadino, vedendoci imboccare la strada che da Rocca San
Felice porta alla Mefite. Vuole sapere perché vado. "Che
devo fare" in una giornata senza vento come questa.
"Là bascio si more" ripete il contadino e non è
paura a farlo parlare. E' piuttosto una sorta di rispettoso
distacco, il rispetto che si porta da queste parti per certe
statue di santi. Convivere con quella bolla incassata in una
buca profonda, convivere con l'odore di zolfo e di putrido non
è facile. E' qui che è nata Mefite, la madre di tutte le
terre, la madre di Irpinia. Ed è per lei che vengo. Una
devozione interiore mi spinge giù per la strada di fango, una
preghiera muta mi sale alle labbra, in questo santuario
metafisico. E' il deserto. L'odore lo senti da lontano: carne
putrefatta e uovo scomposto. L'aria è già irrespirabile.
Ritorno a percorrere le zolle dei sanniti, in questo
pellegrinaggio incomprensibile. Una vecchia si para davanti.
Secca, dritta, nerovestita, la faccia scavata dalle rughe.
Sembra l'ennesima maschera fittile della dea. Non parla: si
volta verso di me e con una mano, lenta, segna la via. Siamo
praticamente arrivati.Scendiamo ed è il rumore di un fiume,
che ci accompagna. Quello è l'Ansanto, dico all'amico, che
incredulo e stanco, quello è il fiume. Il fango arriva alle
caviglie. Ma vado avanti, decisa. Non vedo nulla. Mi hanno
detto di non andare troppo in basso. L'aria è appestata. Come
un inizio di morte. Ma il cielo è chiaro e la neve si
scioglie dappertutto. Intorno i paesi sono come una giostra. E
stanno a guardare. Continuo ad avanzare. Mi sostengo alla
ringhiera di legno. Naso chiuso. Respiro con la bocca. Eccola.
Proprio sotto il mio sguardo. Una polla di fango e vapore
freddo, grigio perla, come un piccolo mare schiumoso. Vicino
è un'altra polla, più piccola. Intorno terra rossa, terra
grigia. Cotta. In fondo il fiume, l'Ansanto. Chiaro. Pieno. La
vita e la morte, penso. Chissà dove si intersecano. Farfalle.
Sono farfalle morte, quelle che vedo sulle pietre. Nessuna
altra forma di vita. Se non la mia, che inutilmente si sporge
dalla balconata. La puzza è indicibile. Ma incanta. Non si
dovrebbe venire in una giornata di piatta. La testa comincia a
dolere. Non riesco a staccare gli occhi dal fango. Sto
assaggiando solo un ipotetico incontro con la morte. Nel
tornare, rifaccio a piedi il sentiero di sassolini e di neve.
Intorno è campagna e case. Intorno è come se non ci fosse
quel pozzo ribelle di terra chiamato Mefite. Penso che questo
luogo è proprio l'Irpinia. Si riesce a vivere solo scappando
da lei. Non è un bel pensiero, dico a me stessa, respirando
l'aria pulita sulla strada di Rocca. E vorrei rotolarmi nella
neve, per togliermi da dosso quel residuo di morte.
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Di
quello che era non sono restate che tracce. Un campanile, la
facciata di una ,casa déco, alcuni portali in pietra
rimontati con cura, la sagoma di case non ancora rifatte, lo
scheletro barocco della chiesa in piazza. Qui, come altrove,
un paese si è dissolto in pochi minuti e un altro è
comparso. Ma il tempo per l’altro è stato lento, dilatato,
il tempo ha occupato ogni piccolo spazio del cuore. Il paese
ha conservato, e non è poco, il luogo, l’impianto, la
trama. Tutto il resto è mutato: il colore, il lastricato di
pietra, i visi delle case. Va bene così. Che il municipio sia
di mattoni ed acciaio, che il bar Venezia rammenti un Florian
oltrappennino, malgrado gli scacchi e il Peroncino ben freddo
sul banco, che in piazza la fontana abbia ancora la forma di
una placida vasca, che la nuova chiesa del viale sia firmata
da un grande vecchio architetto, che il panorama dei tetti a
coppi sia interrotto da un azzurro mediterraneo. Ma le strade
son quelle, le ombre delle case hanno la stessa ampiezza e gli
artigiani lavorano ancora il castagno e la panetteria continua
a sfornare i biscotti di mandorle. Intorno è sempre la stessa
splendente natura, le montagne interrotte dalle cave, le forre
scoscese. E’ sempre lo stesso cielo, sopra Lioni, un cielo
di gioventù consapevole, di un tango ballato in discoteca. La
nostalgia è nella piega della gonna che svolazza, nei fiori
rosa pallido della tappezzeria del negozio alla moda.
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Nusco. Osco. Bosco. Girotondo di abeti. Via di rose. Via di pietre.
Novecento. Culto statico. La lunga ala della nostalgia l'ha
protetta dal disamore. Un paese vero. Un paese di stipiti di
pietra e cantonali consunti. Parole. Proclami. Selciati
attenti. Il foglio volante letto sulla circumvallazione da un
uomo barbuto. Farneticante. Faccia anni settanta. Odore di
legna anni '90. Tutto procede, come nella scatola del
carillon. Un medioevo laborioso. Una vista conclusa su altri
panorami. Dolce i passi sulle foglie, dal luogo appartato,
dominante. Un silenzio di giostra interrotta sul giro più
veloce. Quel cancello di ferro tra due piloni dì pietra,
quello che si intravede, ancora, una pergola, un pozzo, una
porta di casa, un grappolo d'uva intagliato ci trattengono dal
ripartire. Ogni luogo può diventare il centro del mondo. O la
più lontana delle periferie. Le stelle e i falò Mancava solo
la luna, la sera del diciassette gennaio, a Nusco. Ma il cielo
aveva un colore di cobalto e di stelle, che erano anni che non
ne vedevo, d'inverno. Sarà che in città è difficile che si
riesca a levare gli occhi al cielo, di sera, a contare le
stelle. In città è difficile perfino che si esca di casa,
col freddo. Allora, i falò. Erano tanti, sparsi per le piazze
e gli slarghi, come fiocchi di burro su una torta di mele e
cannella. A fare da contorno erano le case del centro storico
i cui portoni talvolta si aprivano e in fretta venivano chiusi
per far uscire donne con ceste, vivande coperte, profumo di
sugo e salsiccia. I falò sono stati conditi dai segreti di un
sapore contadino, legato alla consuetudine di trascorrere
insieme una speciale serata d'inverno all'aperto, fino a
tardi, intorno al fuoco. La vita è un sorriso e un battito di
mani dopo una danza, ho pensato, rincorrendo in piazza il
suono della Montemaranese e le cose sono sembrate soffici,
sopportabili, come le trine e i filet viste a casa di una
signora qualche minuto prima. La vita ha il sapore acre e
sugoso delle ciliegine ricamate nel filet. Questo siamo noi,
questo è l'Irpinia interna. Siamo questo struggente ballo
d'amore e questa musica sempre uguale, come un bolero, che
viene da respiri lontani, siamo il caglio e le fascelle di
giunco, siamo il pane con le cigole, gelatina e pepaine.
Questo è un alfabeto con cui parlare, con cui esprimerci. A
conferma nell'aria si è sentita la musica di un organetto che
ha fatto muovere i piedi da soli. Amarcord. A Nusco l'idea che
l'Irpinia sia una terra da preservare da ulteriori
stravolgimenti sembra più forte che altrove, perché il paese
ha un centro storico bellissimo. I portali e i palazzi
inseguono un movimento circolare unitario, come un girotondo
di abeti, le ringhiere dei balconi sono lavorate e intagliate
in un gioco di fantasia. Le case si aprono su insperate
meraviglie e custodiscono preziosi cortili, pozzi, cisterne,
loggiati spagnoli. Non ci sono spazi sguaiati, non ci sono
spazi perduti e miracolo, il terremoto l'ha solo sfiorata.
Cortili e case sono rimaste aperte la notte dei falò,
aspettando visitatori, curiosi, turisti. Con grazia e
ospitalità, i proprietari hanno lasciato spalancati i loro
portoni per permettere la visita delle case. Palazzo de Paulis,
Chieffi, Passaro-Lombardi, cortili dentro altri cortili di
basoli bianchi, inviti di scale di pietra calcarea (perché
hanno pavimentato il paese con il porfido del Trentino
dappertutto?). A Nusco il passeggiare ha un tempo circolare,
come il movimento dei palazzi: dalla piazza di Sant'Amato, un
andare e venire al falò del Lavatoio, alla strada dei Mulini,
alla Trinità, al Duomo, alla Piazza Natale, dovunque falò,
gruppi, petardi, tavolate imbandite, vino e vecchi strumenti
del lavoro contadino. Dal belvedere della Porta dei mulini,
accanto al falò più grande del paese, che brucia fino a
notte tarda, mi hanno raccontato che "nelle giornate di
grande limpidezza si vede il Gran Sasso". Penso ai
sanniti, ad una visiva unità originaria con un centro Italia
che ha saputo, molto più di noi, trasformare la cultura e la
tradizione in benessere. Il punto è sempre partire da sè,
abbiamo detto all'assessore che ci accompagnava, prima che ci
salutasse per affidarci a due giovani per proseguire nel giro
dei falò fino al castello. I ragazzi sono abituati al freddo
pungente, loro a Nusco vivono bene, hanno detto, rispondendo
alle nostre domande, ogni tanto vanno in discoteca ad
Avellino. Ma uno dei due, quello che sembra il maggiore, si è
lasciato sfuggire che vuole andar via: lui è figlio di
emigranti, è nato in Germania. Al buio, sotto il castello, la
valle del Calore è immensa, distesa, tra Cassano, Teora,
Lioni. I ragazzi indicano i paesi seguendo le luci. Ci è
sembrato, con il fuoco dei falò poco lontano, di essere
capitate in un luogo vicino alle stelle.
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Non
ti aspetti un tripudio di stucchi e un ricamo di foglie,
entrando nella chiesa di San Francesco. Perché la strada che
da Montella porta a Folloni è un sentiero stretto e diritto
di platani e cipressi, una via dove pensi più al rumore di
zoccoli sul selciato che al cigolio delle carrozze. Azzurro è
l’interno della chiesa e bianchi angeli incorniciano il
coro. Il gusto barocco ha occultato la severità di un altro
tempo. Ora la povertà non è più una virtù, penso, mentre
la giravolta del pavimento maiolicato rimanda, tra i gialli e
un grigio madreperla, ad un ricordo giovanile di 5. Chiara e
del chiostro maiolicato. Francesco ha intuito la semplicità
del luogo. Ha avvertito un’ombra di pace tra le bacche dei
pini, ha ascoltato una preghiera mormorante attraverso i castagni
e i noci della piana. Laudato sii. Questo è Folloni. Un
cesello di ricordi. Nel chiostro passeggiare e pensare sono le
prime cose che vorresti fare. Al di là delle vetrate un
sapiente restauro rivela frammenti, statue, quadri. Folloni
è stato un cantiere di restauro, dopo il terremoto. Il luogo
in cui venivano custodite e restituite le opere d’arte
danneggiate dal sisma. Laudato sii, Francesco, per questi
giovani seduti nel giardino, accoccolati sulle pietre, che
accettano la sfida dell’esercizio spirituale, della
meditazione. Laudato sii per gli occhi chiusi del Crocefisso
della grande cappella, per la luce di mezzogiorno sulle
lesene. E’ qui lo spirito del luogo, con ombre chiare e
lunghe sugli alberi.
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Un
paese di scalpellini di pietra e silenzio. Tutto il paese è
il centro di un piccolo mondo, piazzette e ringhiere, ferro
battuto e scale d'ingresso, logge, cortili, un affaccio, un
ritrarsi, un sapere l'uno dell'altro senza spiare. Il passo,
il mezzo passo è andare avanti e indietro lungo il corso, è
sbucare dalle strade laterali e godersi sulle scale il sole di
mezzogiorno. La pietra parla da sola, un intarsio, un
intaglio, una parola d'amore. Non abbiamo che questo, i
portali e la grazia di essere nel mondo, non vogliamo che
questo, che l'arte sia compagna della nostra vita. C'è un
teatro a Sant'Andrea intitolato a Bruno Cirino. Fu il primo a
capire come il paese, che si stende largo sotto il monte, è
come un palcoscenico, che, come la speranza di essere nel
mondo, così lontano così vicino, è forza che dà voce alla
sua pietra.
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